cosa vedere a bacoli

Cosa vedere a Bacoli tra storia, mito, natura e passione

Questo è quanto si legge sulla Guida Informativa Turistica di Bacoli, piccolo comune della Campania, che ha la fortuna di esistere e di vivere in un museo a cielo aperto, circondato da aree archeologiche, monumenti, teatri, cisterne, terme…e poi c’è il mare, proprio lì davanti, ed è spettacolo a sé. 

Spiaggia del Poggio a Bacoli

Ma Bacoli non è solo mare, è anche campagna, laguna e città termale grazie alle sue origini vulcaniche e la sua storia andrebbe letta più correttamente nell’intero contesto Flegreo, un affascinante scenario ricco di storia e di storie. Non a torto Goethe dice “E’ in questa terra che si resta sbalorditi tra gli avvenimenti della natura e della storia”. 

Io sono qui per la prima volta e mi lascio guidare dagli amici che mi ospitano. 

Cosa vedere a Bacoli e dintorni

Borgo di Cento Camerelle

Bacoli è costruita sulla città romana di Bauli e il passato si incontra ad ogni passo. Nella parte più alta, sul promontorio, attraversando il centro storico di Bacoli e salendo a piedi per via Sant’Anna, alle spalle della chiesa, al fondo di Via Cento Camerelle c’è il Borgo di Cento Camerelle considerata la più imponente struttura idraulica privata della antichità.  E’ un edificio a pianta rettangolare con numerosi vani, distribuiti in altezza su tre-quattro piani interamente scavati nel tufo con la struttura muraria realizzata in opus reticulatum.  Forse primo nucleo abitato, è composto da singole camere su un unico livello, un tetto a cupola e uno spazio esterno dove esisteva un serbatoio per la raccolta dell’acqua. Strutturato in una serie di cisterne, l’edificio è caratterizzato da due parti sovrapposte che non comunicano e appartenenti ad epoche diverse. Tutto il piano superiore è databile al I sec. d.C. mentre la parte inferiore, una rete di cunicoli nati per l’approvvigionamento idrico, è precedente e databile in epoca repubblicana, II sec. a.C. 

Il luogo è noto anche con il nome di “Prigioni di Nerone” ed era parte di una sontuosa villa marittima appartenuta all’oratore Ortensio, console nel 69 a.C., il quale, appassionato di pescicoltura, sembra utilizzasse parte della villa per la raccolta dell’acqua in cisterne e per l’allevamento dei pesci. In età augustea l’edificio fu adibito a deposito di materiali vari a servizio della flotta imperiale di Miseno. La villa ha avuto proprietari diversi per poi arrivare a Nerone e sembra che questo sito sia indicato anche come l’ultima dimora di Agrippina, madre di Nerone, prima di essere da lui fatta uccidere nel 59 d.C. 

Cento Camerelle, o Prigioni di Nerone, si affaccia sulla spiaggia di Marina Grande e in quel tratto di mare, sommersi, sono stati identificati resti di peschiere e altri ambienti della villa sprofondati a causa del bradisismo. Qua e là sporgono dal suolo resti di strutture romane, in parte crollati e in parte inglobati in edifici e strutture di recente costruzione in una stretta convivenza tra passato e presente. Gli ingressi al sito archeologico – temporaneamente chiuso per lavori di consolidamento – si possono vedere dalla spiaggia di Marina Grande. 

Tomba di Agrippina

Sull’arenile della Marina di Bacoli sorgono i resti di un monumento di epoca imperiale che si presenta come un Odeion o piccolo teatro di età augustea, parte di un’altra imponente villa marittima che saliva sul versante della collina, andata distrutta e parzialmente inglobata nelle costruzioni moderne di cui si conservano solo i segni delle gradinate.

tomba di agrippina bacoli

La chiamano La Tomba di Agrippina, donna assai potente e di pochi scrupoli, ma in realtà non è questa, ma veniva presentata come tale ai viaggiatori che nel 1700 partecipavano al Gran Tour e non mancavano di visitare questa parte dell’Italia. 

La villa, o quel che ne restava, fu trasformata in un ninfeo esedra tra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C., probabilmente a seguito del parziale sprofondamento dovuto a fenomeni bradisismici. Del monumento oggi risultano visibili tre corridoi semi–circolari, due superiori ed uno inferiore al di sotto del livello della spiaggia attuale. Di fronte all’ingresso odierno c’è una rampa di scale che consente l’accesso. Il monumento fu studiato nel 1941 dall’archeologo Amedeo Maiuri che liberò i ruderi da terra e sabbia e ne comprese la vera origine.

Piscina Mirabilis

Continuo nella scoperta delle meraviglie di Bacoli e l’emozione più grande è la visita alla Piscina Mirabilis. E’ la più grande cisterna romana conservata dopo quella di Istambul. Si scende per una lunga scala in una cattedrale sotterranea dalle molteplici navate, altissime, alcune con una apertura al sommo attraverso la quale fasci di luce arrivano a illuminare il suolo umido e con piccole pozze d’acqua. Mirabile di nome e di fatto – il nome le è stato attribuito nel tardo Seicento – è uno straordinario sito archeologico romano costruito in età augustea che aveva la funzione di fornire acqua alle molte navi appartenenti alla Classis Misenensis della Marina Militare romana ormeggiata nel porto di Miseno. Questa immensa cisterna venne scavata nel tufo della collina che si affacciava sul porto. Pianta rettangolare, 48 pilastri che sostengono un soffitto con volta a botte, alta 15 metri, lunga 70 e larga 25, con una capacità di oltre 12.000 metri cubi. A volte i numeri sono inutili e noiosi ma è indispensabile dare l’dea di quale eccezionale opera sia stata compiuta. L’acqua veniva prelevata con macchine idrauliche dalle aperture in alto realizzate sulla terrazza che sovrastava la volta, e da qui canalizzata verso il porto. Struttura muraria e pilastri sono in opus reticulatum. La Piscina rappresentava il serbatoio terminale di uno dei principali acquedotti romani: l’acquedotto augusteo.

Stupefacente la visita e ancor di più il pensiero che questa grande opera si sia conservata per quasi duemila anni……

Piscina Mirabilis Bacoli

Miseno

Ma dopo aver visto la Piscina Mirabilis si deve parlare di Miseno – oggi frazione di Bacoli, ma era già frequentata nella Età del Ferro – e del suo porto scelto dai Romani in epoca augustea, per sostituire il “Portus Julius” di Baia ormai insabbiato, e per ospitare la flotta militare romana istituita da Augusto verso il 27 a.C. Ne parla anche Virgilio ricordando Miseno, il trombettiere di Enea, qui sepolto, secondo la leggenda, a Capo Miseno.

Prima flotta dell’Impero per importanza, la Classis Misenensis, successivamente Classis Praetoria Misenensis Pia Vindex, contava circa cinquemila unità e aveva il compito di sorvegliare il Tirreno. Vero fiore all’occhiello dell’esercito romano, la flotta aveva una funzione politica e militare: poteva intervenire per difendere Roma e l’Impero in caso di necessità e accorrere in difesa delle altre province prossime, quali Sardegna, Corsica, Sicilia, Gallia, Mauritania, Spagna, Egitto, coordinandosi anche con le altre flotte di Ravenna e Frejus. L’Imperatore poteva contare su circa 18.000 unità, 9 coorti pretorie e urbane (altre 600 unità) e 4 legioni composte da 24.000 uomini. La fedeltà verso l’imperatore in carica era totale e prescindeva dalle ragioni politiche; erano uomini reclutati tra la gente umile delle province e tra gli schiavi, avvezzi a vedere l’imperatore assai presente sul luogo, il quale, a sua volta, era direttamente interessato a questi uomini dai quali dipendeva la sua sicurezza e spesso andava ad aumentarne il contingente con i propri schiavi liberti. Miseno era uno snodo fondamentale per la protezione del gigantesco Impero. Divenne anche più importante sotto Marco Aurelio (161 d.C.) e decadde con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 d.C.

Il porto aveva un doppio bacino naturale, quello più interno, il lago Miseno tuttora esistente e collegato al porto, allora dedicato ai cantieri e alla manutenzione navale, e quello esterno che era il porto vero e proprio.

La città romana venne abbandonata dopo l’800 a causa delle molte incursioni dei pirati saraceni.

Dall’alto di Capo Miseno, dove si può rendere omaggio a un vecchio faro (da lontano, è zona militare) che ha fatto il suo dovere in un non lontano passato, si distingue assai bene la caldera vulcanica il cui cratere affiora formando il bordo della lunga isola chiamata Punta Pennata e disegnando il porto che sorgeva sul cratere poi allagato dal mar Tirreno (foto 7).

Teatro Romano di Misano e Sacello degli Augustali

Ubicato in uno spazio ristretto, tra le pendici del promontorio di Miseno e la rada esterna dell’antico porto, nell’area che doveva essere il Foro, c’è il Teatro Romano di Miseno del II sec. d.C. Una parte del monumento si trova al di sotto del livello del mare, mentre la parte superiore è inglobata in costruzione moderne. Alla porzione visitabile si accede attraverso una galleria sotterranea aperta nell’area demaniale.

A breve distanza dal teatro c’è l’altro edificio pubblico: il Sacello degli Augustali, ma anche qui le strutture sono semi sommerse per effetto del bradisismo. E anche questo monumento non è visitabile, ma se ne ha una buona visione dalla strada.

Sacello degli Augustali, Bacoli

L’edificio, che sorge in epoca giulio-claudia ed è dedicato al culto dell’imperatore Augusto, venne realizzato in muratura con rivestimenti in stucco; la struttura conservò questa decorazione per lungo tempo, anche in occasione dell’arricchimento del Sacello con le statue di altri imperatori. Alla metà del II secolo d.C. fu oggetto di una “ristrutturazione” su commissione di Cassia Victoria che intendeva onorare il marito L. Laecanius Primitivus, sacerdote Augustale, e fece aggiungere maggiore ricchezza di rivestimenti marmorei a testimonianza della posizione economica dei committenti. Successivamente, forse a causa di un terremoto, le strutture crollarono. Il complesso fu rinvenuto casualmente durante i lavori edilizi del 1968, a seguito dei quali si iniziarono lavori di recupero assai difficili a causa del piano originario collocato a circa 6 metri di profondità rispetto a quello moderno e completamene allagato. Sulle figure degli Augustali esiste una ironica testimonianza di Petronio che nel suo Satyricon parla del liberto Trimalcione, un serviles augustales, che si è elevato a una condizione economica e sociale superiore senza avere però acquisito le maniere e lo stile.

Terme di Baia e area archeologica

Lascio Capo Miseno accompagnata da una pioggerellina che però non guasta il panorama, per andare a visitare quella che è la parte più ricca ed interessante della zona: Le Terme di Baia e l’area archeologica e il Castello aragonese.

Le rovine di epoca romana sono assai estese e testimoniano lo splendore di quando questa zona era il centro di villeggiatura privilegiato, più elegante e lussuoso dell’epoca, dell’aristocrazia romana e della famiglia imperiale fino a tutto il III secolo d.C. 

Terme di Baia a Bacoli

Terme Baia a Bacoli

Tra i più illustri proprietari di ville ci furono gli Scipioni, Giulio Cesare, Cicerone, Pompeo Magno, Marco Antonio e gli stessi imperatori, che a Baia costruirono un palazzo imperiale dove soggiornarono Augusto, Tiberio, Claudio, Caligola, Nerone, Adriano e Alessandro Severo. La vita in quei tempi era bella, dolce e dissoluta e provocò le invettive del filosofo Seneca, per contro Orazio guardava il mare e descriveva il golfo di Baia come “il più incantevole al mondo”. Qui esiste una doppia testimonianza: il versante della collina rivolto al mare è occupato da importanti resti archeologici, disposti su terrazzamenti, che formano un grande complesso di edifici stratificati – ville e complessi termali – appartenenti a un periodo storico databile tra la tarda età repubblicana e le età augustea, adrianea e severa (fine I sec. a.C. e oltre fino a tutto il II e III secolo d.C.).

 Di questa edilizia monumentale, celebrata dalle fonti letterarie, spiccano ancora le tre imponenti sale termali con copertura a cupola, definite dalla tradizione letteraria come “tempio di Mercurio”, “tempio di Diana” e “tempio di Venere”, ancora denominate “tempio” ma senza una attribuzione religiosa.

Baia Tempio di Venere a Bacoli

Vicino al tempio di Mercurio una curiosità molto fotografata è l’albero di fico selvatico che cresce dall’alto verso il basso avendo le radici ben aggrappate e diffuse tra le pietre della cupola di un locale termale. 

Importanti campagne di scavo hanno avuto luogo dal 1940 in poi, ma il bradisismo che si è verificato tra il III e il V sec. e varie inondazioni successive, hanno causato prima l’abbandono delle ville e hanno trascinato poi una larga parte della città di Baia nel mare, dove appunto esiste l’altra importante testimonianza. Oggi la vasta area archeologica di Baia esiste e vive in stretto rapporto con le case del paese.

Baia area archeologica                                                                                                                                                                           

area archeologica a bacoli

L’insenatura di Baia, allora assai diversa da come la vediamo oggi, era anticamente occupata da un lago (Baianus locus), comunicante con il mare aperto tramite un ampio canale, sulle cui sponde sorgevano numerose ville con approdi e peschiere. Molte escursioni subacquee hanno identificato, sommersi nel golfo, pavimenti in mosaico, mura, colonne e statue. In particolare, nel 1969 a Punta Epitaffio sono state casualmente rinvenute due statue dalla testa sfigurata che sembra rappresentino la scena dell’ubriachezza di Polifemo mentre Ulisse gli porge la coppa di vino. Altri scavi negli anni ’80 hanno scoperto un ninfeo-triclinio… Dopo le necessarie opere di restauro questi preziosi oggetti sono stati esposti nelle sale del Castello di Baia che si staglia imponente sulla sommità del promontorio alla destra delle Terme di Baia. 

Oggi è possibile effettuare escursioni in barche dalla chiglia trasparente che si apre come una grande finestra sui fondali marini e sui tesori sommersi ma ben visibili a poca profondità. Da mercoledì 30 giugno, oltre le escursioni in barca, sarà aperto al pubblico, attraverso gli operatori autorizzati, il nuovo percorso per subacquei, snorkelisti e canoisti che attraverserà l’antico Porto Julius di Baia. Siti di immersione di interesse unico tra statue, zone termali, le mura della Villa dei Pisoni fino ad ammirare i mosaici ancora intatti di Villa a Protiro in compagnia di nuvole di pesci.

Castello Aragonese

Non mi resta che andare a cercare nel museo del Castello (foto 21) ciò che è stato salvato dal mare, dagli uomini e dalle guerre. Gli amici mi hanno fatto un regalo perché alla entrata del Castello c’è una guida eccellente: Ciro Amoroso che ci accompagna in una passeggiata straordinaria che ci fa